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In Veneto? Dal Governo solo annunci. E le imprese soffrono.

on Martedì, 02 Agosto 2011. Posted in giorgioconte_blog

Intervista all'On. Giorgio Conte su "Il Futurista". Di Sara Zanon.

Che l'apertura di sedi ministeriali in quel di Monza fosse una pagliacciata, già lo avevamo detto. Ma che le capacità circensi della Lega si manifestassero anche nella “cerimonia” inaugurale, per il bene dell'Italia non ce lo eravamo neppure augurati. E invece sabato 23 luglio, nel parco di Villa Reale è andato in onda l'ennesimo spettacolo, che questa volta celebra però il funerale di un progetto politico ben caro alla Padania: il federalismo.

A compiere il pietoso ufficio della sepoltura vi erano un raggiante Calderoli, un indifferente Tremonti ed una divertita (e divertente) Brambilla. Non consideriamo neppure, tra i celebranti, un Bossi sempre più malconcio (spiace per lui), metafora vivente e specchio parlante (spiace per noi) della situazione della Lega.

Il progetto federalista ha visto stamane la sua definitiva sconfitta. Una forza politica che da decenni rivendicava con orgoglio, coerenza e determinazione lo spostamento dei livelli decisionali e la creazione di un'architettura federalista per lo Stato, ha festeggiato il semplice spostamento di alcuni uffici ministeriali, al momento vuoti di funzioni e capacità. Con buona pace della letteratura accademica delle università padane, dei comizi di Pontida e dei milioni di voti raccolti spiegando che le tasse sarebbero rimaste nei ricchi territori del nord e che le decisioni si sarebbero prese a Milano, Bergamo e a Besana in Brianza.

Che tristezza, amici della Lega! E non è neppure necessario stigmatizzare i costi di una simile allegra giornata a Monza; perché il problema non sono certamente le fatture per tre targhe in ottone e qualche scrivania da grande magazzino. Il problema è la resa politica, l'aver certificato con i fatti che nell'impossibilità di perseguire un risultato nobile e necessario (il federalismo) ci si accontenta di un feticcio. E' la fine di questa Legislatura (certificata dall'assenza di Maroni) e, per quanto ci riguarda, crediamo sia anche la fine di quella capacità, che pareva inarrestabile, della Lega di parlare alla “pancia” delle grandi regioni del Nord. Crediamo che la giornata di oggi rappresenti il punto in cui si verifica, inevitabile, un'inversione di tendenza nel “consenso padano”, dopo avvisaglie fin troppo taciute. E non possiamo che rallegrarcene, da leali ma sinceri avversari politici. Si apre infatti un vuoto di rappresentanza per tutte quelle istanze del nord Italia che non possono certamente rallegrarsi della penosa scenetta andata in onda in una bella giornata di luglio a Monza.

Futuro e Libertà deve avere le capacità e la tempestività per essere interprete, espressione e rappresentanza delle esigenze anche del Nord Italia. Dobbiamo tornare a dialogare con le regioni fino ad oggi monopolio della Lega; dobbiamo tornare a parlare di sviluppo e di credito per lo sviluppo, di lavoro vero e non di speculazione finanziaria, di capitalizzazione delle piccole imprese, di dotazione di infrastrutture e di cura del territorio, di formazione universitaria ma anche professionale, di sostegno alla piccola e diffusa imprenditoria, di miglioramento dei servizi, di distretti e di ricerca. Dobbiamo tornare a parlare con quella parte dell'Italia che produce, lavora, crea innovazione e reddito ai massimi livelli tra tutte le macro-aree europee; dobbiamo tornare a parlare a quella parte di elettorato che, stamattina, con gli occhi lucidi ha probabilmente capito che la Lega stava celebrando un funerale.

Il Cavaliere ci porta al baratro. Il PdL rompa con la cappa.

on Domenica, 24 Luglio 2011. Posted in giorgioconte_blog

Intervista del Presidente Fini a "La Repubblica", 24 luglio 2011

"Un nuovo governo anche col Pd”. Pronto ad accettare un leghista premier"

Il presidente della Camera Gianfranco Fini. "Il Cavaliere ci porta nel baratro, il Pdl rompa con la cappa"

Il governo passeggia sull'orlo del "baratro", ha perso credibilità in Europa ed è incapace di affrontare le emergenze del Paese. Serve un nuovo esecutivo con un programma di soli due punti: ripresa economica e riforma elettorale. Il presidente della Camera Fini non ha dubbi. Spera nella collaborazione del Pd ed è pronto ad accettare un premier dell'attuale maggioranza. "Anche" un leghista come Maroni.

Fini considera vitale una svolta in tempi brevi e in questa ottica lancia un appello in primo luogo al Pdl: "Gli uomini di buona volontà non abbiano paura e rompano la cappa imposta da Berlusconi. Gli impongano il passo indietro. A quel punto il centrodestra rinascerà e si riorganizzerà".

Presidente, non si tratta di un disegno complicato?

"Questo governo è confuso e paralizzato. L'unico che non se ne accorge è Berlusconi. Lui continua a fotografare una realtà virtuale. Quando arriva a dire che è stato bravo il governo a far approvare la manovra in soli tre giorni significa che vive sulla luna. Come se nessuno sapesse che il merito è stato del monito del presidente della Repubblica e del senso di responsabilità delle opposizioni".

E c'è un'alternativa?

"Galleggiare equivale ad allungare l'agonia a spese dell'Italia. Per gli italiani il conto sarà salatissimo. Siamo di fronte al baratro. Gli uomini più avveduti della maggioranza abbiano un sussulto".

In che senso?

"In tanti nel Pdl vengono da me e si lamentano della situazione. In privato sono disperati, sanno che si vive una condizione drammatica. Sono coscienti del fatto che se continua così sono finiti e che il presidente del consiglio non è più in grado di governare. Poi in pubblico hanno paura, dicono che è saldo in sella. Abbiano il coraggio di spiegare a Berlusconi che deve fare un passo indietro".

In quel caso cosa accadrebbe?

"La maggioranza che è uscita dalle elezioni ha il diritto di esprimere il presidente del consiglio. Facciano un nome e noi faremo la nostra parte".

Voi Terzo Polo o le opposizioni?

 "Parlo a nome del Terzo polo e spero che anche il Pd non si sottragga alle responsabilità. Ma a condizione che si abbandoni il libro dei sogni".

Cioè?

"Serve un governo con un programma definito. Il rilancio dell'economia e una riforma elettorale che riconsegni agli elettori, prima di tornare alle urne, il diritto di scegliere da chi essere rappresentati".

Ma chi può guidare questo esecutivo? Nel Pdl si fanno i nomi di Alfano, Gianni Letta e Tremonti.

"Non sta a me indicare delle personalità. Ma il Paese non può più aspettare".

Dopo lo "strappo" della Lega sul caso Papa, molti indicano Roberto Maroni come possibile candidato. Il ministro dell'Interno che per competenza si occupa delle legge elettorale.

"So bene che molti lo immaginano. È auspicabile che accada. Serve che qualcuno prenda l'iniziativa. È necessario un atto d'amore nei confronti dell'Italia".

Lei accetterebbe anche un leghista a Palazzo Chigi?

"Maroni ha dimostrato di essere più consapevole di quel che sta accadendo. La Lega ha perso alle amministrative in misura maggiore rispetto al Pdl. Molti leghisti sanno che con questa situazione economica il federalismo si allontana, significa più tasse e si chiedono se il gioco valga ancora la candela".

Una scelta del genere passerebbe per un scontro interno al Carroccio.

"Non credo a uno show down nella Lega. Nemmeno Maroni lo vuole. Bossi è la Lega. Ma Umberto sa che certe cose non può dirle, le fa dire al suo ministro. Allora il ministro sta diventando il punto di riferimento di un certo malcontento lumbard. Ma il segretario leghista sa anche che lui e il premier sono legati, simul stabunt simul cadent".

E Alfano è in grado di affrontare una sfida del genere?

"Dipende da lui. Tra il dire e il fare... sarebbe ingenuo pensare a un suo strappo, anche semplicemente per una questione di lealtà. Nella Dc i segretari erano uno stimolo per il governo, ma era un'altra epoca. Temo che Berlusconi resti il "dominus" del Pdl".

Il premier però ha annunciato di non volersi ricandidare nel 2013.

"Purtroppo temo che nessuno lo sappia con certezza".

Insomma lei non è ancora convinto del passo indietro del Cavaliere?

"Non credo a un mossa compiuta per sua spontanea volontà. E il punto è proprio questo. Nel Pdl c'è una cappa che blocca tutti. Nessuno vuole dispiacere il capo. Devono avere il coraggio di rompere questa cappa. Chi ha senso di responsabilità assuma un'iniziativa".

E se accadesse lei tornerebbe nel Popolo delle libertà?

"Il perimetro di Futuro e Libertà è quello del centrodestra. Solo qualche maniaco può accusarci di comunismo. Io voglio una destra repubblicana, vorrei un modello europeo per il centrodestra italiano. Ma dopo che la Lega si è astenuta in consiglio dei ministri sulle celebrazioni del 150. mo, dopo le polemiche sui rifiuti al nord, sugli insegnanti meridionali, su un certo odio etnico, io dico che questa non è la mia idea di destra. Non è la mia idea di destra pensare che gli unici lavoratori rispettabili siano i commercianti. E gli impiegati? Gli operai? Molti nel Pdl la pensano come me. Molti - non solo gli ex di An - mi dicono che il problema è Berlusconi e che questo governo non può governare. Allora rompano questa cappa e il centrodestra si riorganizzerà completamente".

In caso contrario il Terzo Polo con chi si presenterà alle prossime elezioni?

"Da solo. Il Pd coltiva ancora la tentazione di mettere tutti insieme a sinistra. Come ieri, quando si illudeva di tenere insieme Dini e Bertinotti. E se il Pdl continua a credere alla infallibilità di Berlusconi...".

Anche per questo pensa ad un nuovo sistema elettorale?

"Basta con questo bipolarismo muscolare per cui è importante mettere tutti insieme per vincere e a governare ci si pensa dopo. Si deve ricostruire un legame tra eletti e elettori. Per me meglio i collegi delle preferenze, ma sono pronto a discuterne. Gli eletti ora pensano solo a rimanere nelle grazie di chi lo mette in lista. Per questo nel Pdl tutti hanno paura di Berlusconi".

Per ricostruire un legame con i cittadini, forse, la politica dovrebbe fare fronte anche ai suoi eccessivi costi.

"Certo, ma senza mettere in discussione i costi della democrazia. Il vero costo è il proliferare di apparati, dei consigli di amministrazione, dei consorzi di bonifica. Non basta tagliare un po' qua e un po' la".

Lei non si sente in colpa?

"Da due anni la Camera ha bloccato l'adeguamento delle indennità, il bilancio dei Montecitorio prevede tagli consistenti. Ma questo è uno dei problemi. Il resto è fare le riforme".

Il punto però è che i cittadini sono scossi dai costi della politica soprattutto se messi in connessione con la questione morale emersa in Parlamento, con i tanti inquisiti.

"Non mi convincono i paragoni con Tangentopoli e Mani pulite. È vero però che nel Paese c'è una corruzione diffusa, c'è un indebolimento della cultura della legalità. A una società parcellizzata ed egoista corrisponde un ceto politico espressione degli elementi più deteriori della società. E in questo Berlusconi non ha aiutato".

È responsabile anche di questo?

"Se si da l'idea che la legge non è uguale per tutti, se si attacca la magistratura, si apre una deriva pericolosissima. Il metro del successo è solo il denaro e non è un caso che l'Italia sia il Paese con la più alta percentuale di evasione fiscale. Anche il buon esempio viene ignorato".

Proprio un anno fa venne espulso dal Pdl. È pentito di qualcosa?

"No, perché tutto quello che avevo denunciato si è poi realizzato. Avevo chiesto gli Stati generali dell'economia e mi avevano detto che "tutto va bene madama la marchesa". Avevo detto che la Lega aveva la golden share del governo e così è stato. Altri, e non certo io, si devono pentire".

Intervista di Claudio Tito, da “La Repubblica”, domenica 24 luglio 2001.

Se a Monza la Lega celebra un funerale...

on Domenica, 24 Luglio 2011. Posted in giorgioconte_blog

Si aprono i "ministeri" al nord. La fine della proposta politica leghista. Di Marco Bonafede.

Che l'apertura di sedi ministeriali in quel di Monza fosse una pagliacciata, già lo avevamo detto. Ma che le capacità circensi della Lega si manifestassero anche nella “cerimonia” inaugurale, per il bene dell'Italia non ce lo eravamo neppure augurati. E invece sabato 23 luglio, nel parco di Villa Reale è andato in onda l'ennesimo spettacolo, che questa volta celebra però il funerale di un progetto politico ben caro alla Padania: il federalismo.

A compiere il pietoso ufficio della sepoltura vi erano un raggiante Calderoli, un indifferente Tremonti ed una divertita (e divertente) Brambilla. Non consideriamo neppure, tra i celebranti, un Bossi sempre più malconcio (spiace per lui), metafora vivente e specchio parlante (spiace per noi) della situazione della Lega.

Il progetto federalista ha visto stamane la sua definitiva sconfitta. Una forza politica che da decenni rivendicava con orgoglio, coerenza e determinazione lo spostamento dei livelli decisionali e la creazione di un'architettura federalista per lo Stato, ha festeggiato il semplice spostamento di alcuni uffici ministeriali, al momento vuoti di funzioni e capacità. Con buona pace della letteratura accademica delle università padane, dei comizi di Pontida e dei milioni di voti raccolti spiegando che le tasse sarebbero rimaste nei ricchi territori del nord e che le decisioni si sarebbero prese a Milano, Bergamo e a Besana in Brianza.

Che tristezza, amici della Lega! E non è neppure necessario stigmatizzare i costi di una simile allegra giornata a Monza; perché il problema non sono certamente le fatture per tre targhe in ottone e qualche scrivania da grande magazzino. Il problema è la resa politica, l'aver certificato con i fatti che nell'impossibilità di perseguire un risultato nobile e necessario (il federalismo) ci si accontenta di un feticcio. E' la fine di questa Legislatura (certificata dall'assenza di Maroni) e, per quanto ci riguarda, crediamo sia anche la fine di quella capacità, che pareva inarrestabile, della Lega di parlare alla “pancia” delle grandi regioni del Nord. Crediamo che la giornata di oggi rappresenti il punto in cui si verifica, inevitabile, un'inversione di tendenza nel “consenso padano”, dopo avvisaglie fin troppo taciute. E non possiamo che rallegrarcene, da leali ma sinceri avversari politici. Si apre infatti un vuoto di rappresentanza per tutte quelle istanze del nord Italia che non possono certamente rallegrarsi della penosa scenetta andata in onda in una bella giornata di luglio a Monza.

Futuro e Libertà deve avere le capacità e la tempestività per essere interprete, espressione e rappresentanza delle esigenze anche del Nord Italia. Dobbiamo tornare a dialogare con le regioni fino ad oggi monopolio della Lega; dobbiamo tornare a parlare di sviluppo e di credito per lo sviluppo, di lavoro vero e non di speculazione finanziaria, di capitalizzazione delle piccole imprese, di dotazione di infrastrutture e di cura del territorio, di formazione universitaria ma anche professionale, di sostegno alla piccola e diffusa imprenditoria, di miglioramento dei servizi, di distretti e di ricerca. Dobbiamo tornare a parlare con quella parte dell'Italia che produce, lavora, crea innovazione e reddito ai massimi livelli tra tutte le macro-aree europee; dobbiamo tornare a parlare a quella parte di elettorato che, stamattina, con gli occhi lucidi ha probabilmente capito che la Lega stava celebrando un funerale.

Uscire dalla lunga transizione per la primavera d'Italia.

on Martedì, 15 Febbraio 2011. Posted in giorgioconte_blog

Il testo dell'intervento del presidente Fini al Congresso costituente di FLI - Milano 13 febbraio 2011

Care amiche e cari amici dell'assemblea costituente di Futuro e libertà, tante volte ho iniziato i miei ragionamenti ringraziando, ma stavolta mi sembra ancor più doveroso farlo, non solo per la mia elezione alla presidenza, non solo per la fiducia di cui mi avete voluto onorare, ma soprattutto per il piccolo miracolo che ha preso corpo nel corso delle ultime settimane, tradotto in questa prima assemblea di Fli. Pensavo, nei giorni scorsi, che sono passati solo pochi mesi da quando, tra gli scetticismi di molti, con tanti gruppi, con grande travaglio interiore, iniziammo un percorso, dopo quel 29 luglio che segnò la nostra estromissione dal Pdl. Prima c'era stata la manifestazione a Mirabello, poi l'assise di Bastia Umbra, ora l'assemblea costituente. Pochi mesi che hanno segnato in modo indelebile non solo la nostra storia personale e politica ma, senza presunzione, anche la storia politica italiana. In questa assemblea cercherò di riprendere alcuni concetti espressi in questi tre giorni: ero stato buon profeta, avevo detto, saranno giorni intensi, appassionati, faticosi, in cui ci prenderemo l'onere di indicare progetti, chiarire per quale motivo è accaduto quello che abbiamo alle spalle e quale è messaggio lanciare agli italiani. Voglio partire da alcune considerazioni fatte nei giorni scorsi da osservatori esterni, in un momento in cui sulle pagine dei giornali di politica si discute di aspetti che poco hanno a che vedere con la politica come da noi intesa, identità, progetto, strategia, in una fase in cui la politica era ed è ancora un quotidiano e ossessivo impianto polemico. Da più parti ci si è cominciati a chiedere Fli che identità saprà darsi, quale strategia metterà in campo, quale rapporto avrà con il Pdl. I dubbi e le polemiche che ci accompagnavano erano relative alle nostre ambizioni, ai nostri progetti, alla nostra stategia, alla nostra volontà che non avremmo tradito, per servire la causa dell'interesse nazionale: Chi è intellettualmente onesto non può avere dubbi né sulla nostra identià, né sulla strategia che ci vogliamo dare nei prossimi mesi, ci siano o meno le elezioni anticipate. Il congresso ha dimostrato, fin dagli interventi di Urso, Viespoli, Bocchino, e di tutti coloro che hanno preso la parola…

(disturbatore sul palco)

Amici miei, se voleva esprimere affetto l'avrei ringraziato se invece voleva esprimere dissenso non è questo che ci intimidisce, prego solo gli addetti alla sicurezza di non maltrattarlo più di tanto, di accompagnarlo semplicemente alla porta.

Chi ha avuto modo di seguire il dibattito, ha avuto modo di verificare come ci sia una evidente unicità nella nostra linea. La distinzione che era stata tracciata tra falchi e colombe, tra coloro che a ogni costo erano contro Berlusconi e il Pdl e chi invece voleva interloquire, quella distinzione era fittizia. Poteva forse essere alimentata su particolari questioni, ma quando è partita la nostra assise e hanno preso la parola i dirigenti più autorevoli della nostra comunità, quando è stato scritto e approvato il documento programmatico è stato evidente che al nostro interno non c'è diversità né sulla linea politica né sull'identità né sulla strategia che vogliamo seguire. Fli non è nato per una scissione, non è nato dalla volontà di affermare un'identità chiusa, molto ben definita nell'ambito di parametri appartenenti a una certa ideologia e visione della società. Nella storia della politica italiana ci sono stati momenti in cui sono nate formazioni politiche in ragione di una identità da contrappore ad altre identità, ma questo non è il nostro caso. Credo vada affermato che Fli non è nato come atto di affermazione di un'identità, ma come atto di coerenza rispetto al progetto che avevamo chiamato Pdl e che avevamo contribuito a fondare. Se questo non è chiaro non si capisce nemmeno fino in fondo perché siamo qui e cosa faremo domani. Il nostro non è il pentimento di chi ha fatto il Pdl e ci ha ripensato, non è un atto d'orgoglio o ribellione al presidente del Consiglio. E' qualcosa di diverso, è la riprova che il Pdl non era purtroppo quel partito liberale, plurale, che amava discutere, che si poneva dubbi, indicava strade che avevamo immaginato. Era altro. E nel momento in cui siamo stati posti nella impossibilità di continuare dall'interno del Pdl a porre questioni, a indicare strategie, a fare anche alcune polemiche costruttive, allora avevamo una sola strada per non ammainare la bandirera che avevamo contribuito ad alzare: compiere un atto di coerenza con i nostri principi, ideali, valori. Un atto di coerenza con il progetto del Pdl, un grande e plurale schieramento di centrodestra, che era stato per molti di noi - per la destra italiana, per An - il compimento di un percorso politico, ma che era stato anche un punto di ritrovo per altre componenti della politica e della cultura italiane, per tanti cittadini che accettando quella sfida si sono ritrovati negli stessi principi, venendo da percorsi diversi.

Fli non è la destra che ritrova la sua identità, ma un tentativo di non ammainare la bandiera del Pdl come partito liberale, plurale, sintesi di culture politiche diverse, un partito che ha un messaggio e un progetto per l'Italia. Non siamo nati con un atto d'orgoglio, per piantare una bandierina, per avere un ulteriore soggetto nell'agone politico. Non è quella la ragione per la quale ci siamo trovati nella posizione obbligata di serrare i ranghi, di chiamare a raccolta quelli che in quel progetto credevano. Siamo partiti da una considerazione amara, che fanno in tanti anche nel Pdl e anche fra quelli che voteranno ancora per il Pdl. La considerazione amara è che se vogliamo per davvero tenere fede all'impegno preso quando nacque il Pdl, se vogliamo fare in modo che oggi non si spenga la speranza in un'Italia diversa, dobbiamo evitare che venga delegittimata la cultura politica che doveva essere alla base del Pdl, perchè il vero rischio di questa fase è che nel declino evidente che il centrodestra sta vivendo per la parabola a cui è giunto il berlusconismo finiscano per essere travolti i principi, i valori, gli ideali che appartengono a tanti elettori del Pdl, a Fli e a tanti italiani che vogliono davvero quel cambiamento che noi non abbiamo solo auspicato, ma che pensavamo di poter costruire. Questo significa che noi non rinneghiamo la storia del Pdl, prendiamo atto del fallimento di quell'esperienza e avvertiamo la necessità di un impegno ideale e organizzativo per far nascere Fli, che non è un partito, ma lo strumento che cerchiamo di mettere a disposizione dell'opinione pubblica, che ha ben chiaro di dar vita a un movimento politico di ispirazione europea, che si rifà ai valori del popolarismo europeo, che ha come obiettivo il rinnovamento della società italiana. E dar vita a un movimento politico legato a principi e valori, significa avere ben chiaro che essere di centrodestra deve significare nutrire profondo rispetto per le istituzioni,  avere profondo senso dello Stato. Ci sono delle distinzioni di fondo nel confronto tra culture politiche. Quando che si cerca di identificare con una logica di riforma, proiettata in avanti, quello che può essere il tratto distintivo e unificante del centrodestra, non può prescindere dal senso dello Stato, dal rispetto istituzionale, dal mantenere viva la prima parte della Costituzione. Se lo facevamo quando eravamo nel Pdl e ci applaudivano se richiamavamo quel patriottismo costituzionale è perché ritenevamo e riteniamo che sia necessario avere rispetto della Costituzione, per questo ricordiamo a tutti che non si può ignorare l'articolo 3 della Costituzione. Richiamare, come giustamente viene fatto, la sovranità popolare, non può essere una scorciatoia per svolte plebiscitarie, perché la sovranità popolare si esercita nei limiti e nelle regole previste dalla Costituzione.

Il che vuol dire senso delle istituzioni e senso dello Stato: vuol dire che non si può richiamare a ogni piè sospinto la sovranità popolare. Ma la sovranità popolare non autorizza a elevarsi al di sopra della legge, per chi è eletto non ci può essere assoluta impunità. Non lo sarebbe nemmeno se fosse designato con il 99,9 per cento dei consensi: non ci si può appellare alla sovranità popolare come una sorta di corazza al di sopra dell'articolo 3 della Costituzione.

Chi di voi era al congresso fondativo del Pdl ricorderà che cose simili le dissi allora. Dalle reazioni immediate, già si avvertiva un ipocrisia di fondo. Da lì le strade hanno cominciato a divaricarsi. Perché non si può richiamare la sovranità popolare, se non hai rispetto per la Costituzione, se dici: sono al di sopra degli altri, me ne infischio della legge e di tutto quello che la Costituzione prevede. Se oggi siamo al rischio di uno scontro tra le istituzioni è perché ci si dimentica di rispettare la tripartizione dei poteri, che uno dei pilastri di qualsiasi democrazia. Tripartizione che prevede l'autonomia del potere giudiziario da quello legislativo e dal potere politico. Se il capo dello Stato ha fatto il suo richiamo è perché è evidente che bisogna evitare un corto circuito e garantire il bene comune. Ma è evidente che c'è un atteggiamento tra le forze politiche che non può portare al raffreddamento del confronto perché la politica non può attaccare la magistratura con continue polemiche. La magistratura va rispettata e non va attaccata. Ecco, se vogliamo evitare il corto circuito non possiamo trattare le potere giudiziario e potere politico sullo stesso piano. E' giusto dire abbassare i toni, ma se i ministri dicono che i primi ad abbassare i toni devono essere  i magistrati che indagano, è evidente questo approccio non può prevedere l'abbassamento dei toni. La politica non può attaccare la magistratura con comunicati che sembrano presi dalle pagine più tragiche della storia italiana. Abbassare i toni, garantire i diritti costituzionali, il che non vuol dire rifiutarsi di fare le riforme. Noi piuttosto ci siamo rifiutati di fare quelle riforme che servono solo per rafforzare i privilegi personali.

Preservare i valori fondativi del Pdl vuol dire avere senso delle istituzioni, non si può seminare zizzania, aprire fossati come fa adesso il Pdl. Bisogna avere ben chiaro che significa avere una cultura coerente con il popolarismo europeo: principi come il diritto della persona, il rispetto di ogni minoranza. Oggi il Pdl è tollerante, garante dei diritti della persona, garante delle minoranze coerentemente con il popolarismo europeo? No, oggi non c'è niente di tollerante nel Pdl, soprattutto quando si appiattisce sulle posizioni della Lega.

Non voglio dilungarmi ma quando si parla di queste questioni non si può prescindere da come si immagina la società italiana in ragione dei flussi migratori, in ragione delle politiche migratorie e del fallimento di ipotesi di governo di questi flussi, quando all'interno del Pdl dicevamo che dovevamo riflettere sul melting pot che mostrava la corda non potevamo immaginare che un uomo come Cameron dicesse che il multiculturalismo è fallito, non negando l'evidenza della società multirazziale, non volendo dire che non ci saranno i figli degli stranieri. Pensare ai problemi che ci sono in Francia sull'assimilazionismo significa avere una chiave di lettura per capire cosa sta accadendo nel Maghreb, una grande forza politica non solo non può prescindere da queste questioni  ma deve avere nel suo patrimonio le categorie che devono indicare un modello e non è polemica ma fotografia della realtà dire che nel Pdl su queste idee non c'è un tentativo di analisi, non c'è assolutamente nulla che non sia la volontà di assecondare l'atteggiamento leghista che è solo propaganda, che è solo dire  che i clandestini devono stare fuori dai confini nazionali, ma in tutto l'Occidente il problema è come garantire l'integrazione, il Pdl non ha coscienza di quelle che sono le sfide culturali dei tempi in cui viviamo. Dovevamo alzare la bandiera dello spirito autentico di un centrodestra che ha ben chiaro che bisogna costruire il futuro anche in relazione a cosa significa identità nazionale e memoria condivisa per forze politiche che hanno certi valori. La cronaca si incarica di darci ragione: quello che è accaduto sul ricordo doveroso dell'unità nazionale dimostra in modo così evidente che avevamo pienamente ragione quando dicevamo che identità nazionale non è solo sventolare il tricolore o cantare l'Inno ma è qualcosa di profondo, è l'appartenenza di una comunità a una memoria condivisa, a radici che possono generare  nuovi frutti, non eravamo noi a metterci di traverso quando dicevamo che non si può compiacere la Lega perché c'è il rischio di sbriciolare un'identità. Ci hanno dato ragione i fatti. Nel Pdl non c'è il senso sincero di appartenenza a una comunità e a una memoria condivisa. Tutto quello che sta accadendo sulla festa del 17 marzo è la riprova che ci credono assai meno di quel che dicono alcuni esponenti del Pdl sulla necessità di difendere l'identità nazionale e sull'orgoglio di essere italiani e lo dico ringraziando Paglia perché è il simbolo di questo. Il legittimo orgoglio di essere italiani comporta senso i responsabilità quando si rappresenta l'Italia all'estero, perché credo che sia un motivo di dolore per tutti e per gli elettori del centrodestra in particolare e di imbarazzo per tanti dirigenti del Pdl apprendere che siamo diventati lo zimbello dcl mondo occidentale per comportamenti che nulla hanno a  che vedere con le dinamiche della politica. Ecco, quella bandiera andava alzata perché i valori che dovevano essere del Pdl - senso dello stato, rispetto della Costituzione, sovranità popolare esercitata nelle regole, rispetto e tutela delle minoranze,  centralità della persona e della dignità umana, identità nazionale - non possono essere difesi se non ci si interroga su cosa significhi essere italiani oggi, è meschino ridurre il tutto a chiudere le scuole o no, a lavorare o no. Il punto è che le forze politiche si devono chiedere cosa significa essere italiani oggi, non c'è traccia di un dibattito da questo punto di vista. Non ci siamo staccati perché volevamo rivendicare una piccola e orgogliosa identità, siamo stati messi alla porta perché volevamo tenere alta la bandiera sulla questione che è precondizione della democrazia e della libertà che piaccia o meno ha un solo termine di riferimento: il valore della legalità. Le polemiche le facevamo nel Pdl non per il gusto di polemizzare ma per il dovere che avvertivamo di far capire chiaramente agli italiani che per noi la legalità non è un riferimento per la campagna elettorale, è la precondizione assoluta perché ci sia una condizione di libertà e di democrazia e la legalità è qualcosa di molto più profondo della sicurezza, la sicurezza va garantita sconfiggendo il crimine, la legalità è un modo di comportarsi nei confronti dell'altro, un  modo di stare insieme nella società e investe chi ha maggiori responsabilità, è devastante nell'ultima stagione del berlusconismo la crociata contro i magistrati,  non ci si rende conto che si rischia di delegittimare alla base le ragioni per cui la società  sta insieme, la Costituzione dice che la legge è uguale per tutti, non ci sarà mai la possibilità di festeggiare i 150 anni dell'unità nazionale  se viene meno il principio di legalità,  che riguarda tanto le aree del nord quanto le aree del meridione, anche da questo punto di vista non si comprende che quel principio di legalità è il valore in assenza del quale si rischia lo sfilacciamento della società. Dobbiamo guardare a quei principi ideali, a quella bandiera del Pdl alzata con speranza e poi strappata, quella bandiera che abbiamo fatto bene ad alzare. Qui il moralismo non c'entra nulla, non c'entra l'attitudine alla tentazione di giustificare i comportamenti: in quella ideale bandiera ci deve essere la consapevolezza che la politica, se si orienta su alcuni principi, non può prescindere dal dovere di diventare pedagogia civile, un concetto di etica civile. Non è moralismo, ma qualcosa di molto più profondo, è il doveroso atteggiamento che la politica deve avvertire, la politica tutta, senza distinzioni, ma certamente la deve avvertire di più la politica all'insegna di certi valori, quella del centrodestra. Abbiamo il dovere di non dare ai nostri ragazzi l'immagine di una società in cui l'unico metro del successo è solo il denaro. Questo non c'entra nulla con il moralismo, non significa in alcun modo polemizzare con chi è capace di conseguire un utile, di prendere l'ascensore sociale. Pedagogia civica  significa che ai ragazzi dobbiamo dire che vogliamo una società in cui certo, il successo deve essere alla portata di tutti coloro che lo meritano, ma non solo in virtù del denaro, c'è la necessità di dire ai nostri figli che nella società non c'è sempre e comunque una scorciatoia per il successo, a prescindere dai comportamenti corretti, dobbiamo dire no al rifiuto di bollare come sbagliati concetti di buon senso, quelli trasmessi alla nostra generazione, senza distinzione tra chi votata a destra o a sinistra. Altrimenti si corre il rischio di smontare tutto, di dire che tutto quello che conta è solo quanto si guadagna, se riesci a farla franca, se conosci qualcuno, mentre la sfida è quella di superare da soli le difficili prove cui la vita ti sottopone ogni giorno. Questo non è moralismo, non è retorica e nemmeno giovanilismo, ma solo quello che ci chiedono i ragazzi quando ci sollecitano ad alzare la bandiera degli ideali, del sogno, dell'impegno, dello sforzo, della fatica, modelli diversi, anche alla luce delle tante polemiche.

I nostri giovani oggi non chiedono solo quelle riforme per avere opportunità. Chiedono anche modelli diversi, anche alla luce di tante polemiche. Non mi interessa se viene bollato come moralismo ma noi diciamo basta con il giudicare la donna in ragione dell'avvenenza, della disponibilità. Questo è moralismo o pedagogia civile? Se si vuole evitare questa ipocrisia, serve un'assunzione di responsabilità. Se si ha una certa idea dell'Italia chi ha delle responsabilità pubbliche ha dei doveri in più anche per quel che riguarda i personali comportamenti. E  questo non significa spiare dal buco della serratura.

C'è un clima non molto simpatico nel Paese, si tocca con mano l'astio, l'odio, uso un termine brutto. Ma non ci intimidiranno. Nessuno pensi di toglierci l'erba sotto i piedi o l'aria nella quale respiriamo dicendo che siamo diventati di sinistra. Noi crediamo negli stessi valori in cui credevamo prima di entrare nel Pdl. Non è vero che li abbiamo cambiati, è il Pdl che quei valori li ha distrutti e li ha resi ridicoli.  Se essere di destra significa comportarsi come il Pdl, lo capiscono o no che questa è la miglior possibilità per la sinistra italiana di guadagnare consenso non per quel che dice o quel che fa, ma per quel che stigmatizza? Noi non la ammaniamo la bandiera del centrodestra. E sono convinto che nonostante la cortina fumogena che è stata alzata, saranno sempre di più gli italiani che apriranno gli occhi e ci seguiranno.

E' un paradosso forse della poltica italiana: Fli tiene alta la bandiera orginaria del Pdl, che doveva unire tutti i moderati e riformatori. Vorrei capire oggi che tasso di moderazine e riformismo c'è nel Pdl. L'enorme vuoto da riempire è quello. Anche per questa ragione, nell'ambito delle forze politiche parlamentari è nata l'idea non di un terzo polo, ma di un autentico polo di riferimento per i valori del popolarismo europeo e quindi di un polo che abbia un rapporto privilegiato con i ceti moderati. In questi due filoni - la forte volontà di riforma e il raccordo stretto con i corpi sociali intermedi, con la società più moderata, più legata a certe tradizioni, quella parte che continua a essere maggioritaria - c'è il naturale interlocutore di questo polo. Non è un terzo polo, semmai è il polo degli italiani, il polo della nazione, che ambisce a costruire anche in Italia un bipolarismo compiuto, autentico. In ogni parte d'Europa il bipolarismo non è solo la democrazia dell'alternanza, che è realizzata anche in Italia. In ogni parte d'Europa il bipolarismo è mettere al margine le forze populiste, attratte dalle derive plebiscitarie, che possono avere pulsioni xenofobe e o ipernazionaliste. In ogni parte d'Europa il bipolarismo è un confronto tra moderati, che mette al margine gli estremi. In Italia è diventato il confronto tra estremi, che marginalizzano la parte più virtuosa della società italiana. Ci sarà un motivo se mentre parliamo il 50/60 per cento degli italiani dice «Io a votare non ci vado». Ci sarà una ragione che non è solo il disgusto per alcune vicende, ma che è legata al fatto che l'altro da sé è diventato il nemico di abbattere. Il terzo polo non è la politica dei due forni, non è un modo per dire vediamo dove ci possiamo mettere per lucrare meglio, è la casa comune per tutti coloro che, a partire da una grandissima parte degli elettori del Pdl, non si ritrovano in un confronto tra l'asse di Berlusconi e Bossi e quello di Di Pietro e Vendola. Questo non è il bipolarismo, questa è la caricatura del bipolarismo che rende impossibile trovare le soluzioni.

In questa logica europea di bipolarismo, che è anche confronto di opinoni diverse, non ho problemi a dire che il bipolarismo è autentito quando valorizza ciò che unisce: la carta costituzionale, le riforme...Ma c'è anche qualcosa in più. Viviamo in una fase storica in cui non c'è alcun governo al mondo che possa pensare di avere la bacchetta magica e nessuna opposizione che possa pensare di lucrare sulle debolezze del governo. Un bipolarismo è maturo quando, per fare un esempio, a fronte di ciò che accade nel Mediterraneo, degli eventi sconvolgenti che si stanno verificando nel Mediterraneo - gli ultimi mesi sono stati per il  Maghreb quello che il 1989 è stato per l'Est e non ne abbiamo ancora capito le conseguenze, ma certo iniziamo ad avere le avvisaglie, siamo già  in una emergenza umanitaria e bene ha fatto il governo a decretarne lo stato - bene, un bipolarismo europeo, al servizio dell'interesse nazionale, a fronte di quello che sta accadendo penserebbe a quel che occorre fare da domani. Un governo all'interno di un bipolarismo europeo chiama le opposizioni e dice «Come affrontiamo l'emergenza che c'è nel Mediterraneo?». E lo farebbe non solo per immigrati che arriveranno sulle nostre coste, ma anche per tutte le conseguenze economiche che ci possono essere. Ma è possibile che l'Italia rinunci, nel bacino del Mediterraneo, a essere qualcosa di più di un'espressione geografica? Il governo ha il dovere di chiamare tutte le forze politiche in parlamento su queste questione che riguardano anche l'Europa: tutta l'Europa deve occuparsene e tutta la polica italiana - maggioranza e opposizione - deve bussare a Bruxelles, pretendendo che se ne occupi.

Ci serve un bipolarismo diverso da quello che si è costruito fin qui e con questo spero di aver sciolto la riserva, di aver indicato la linea strategica di cosa è Fli: vogliamo unire l'elettorato moderato e riformista nell'ambito di un polo erede della migliore tradizione europea del fronte alternativo alle socialdemocrazie. Vogliamo incarnare questa aggregazione di valori  e principi, che la destra voleva portare nel Pdl - ecco la coerenza che da Fiuggi arriva nel Pdl e  poi all'archiviazione di un Pdl in altre faccende affaccendato. Ma è evidente poi che questi valori e principi devono tradursi anche in un'azione quotidiana e che questa strategia ha il suo luogo privilegiato di attuazione nella società italiana, nel Parlamento. Berlusconi ha la maggioranza, il 14 dicembre è riuscito a ottenere una maggioranza, nessuno può pensare di chiudere questa fase con uno scontro parlamentare, anche se non dipende dall'opposizione, né da Fli, né dagli amici del terzo polo. Ma è necessario restare in collegamento con la società, in cui ci sono esigenze e aspirazioni radicalmente diverse da quelle che agitano il Parlamento. E per sentire e interpretare la società serve un soggetto politico organizzato, serve che Fli metta radici, si organizzi, serve che quello che abbiamo deciso diventi realtà. Da questo punto di vista, io vi ringrazio per la fiducia che mi avete dato per la presidenza, ma è evidente che non potrò esercitare quel ruolo. Non posso mettere insieme il ruolo di presidente del partito e della Camera,  per questo mi autosospenderò, perché c'è da organizzare il partito, sentire cosa c'è nella società, lavorare per stabilire collegamenti con il mondo dell'associazionismo, del volontariato, con i segmenti di cittadinanza che si organizzano al di fuori dei partiti. Perché la partecipazione nei partiti è certamente calata, ma quella di chi fa volontariato, nelle associazioni, nei no profit, sta crescendo. Se vogliamo tutto ciò, amici miei, deve essere chiaro, non si possono ripetere gli errori del passato, ci vuole una governance chiara del partito, no alchimie per le quali si riproduca quello che stato il peggior difetto del Pdl, non è più pensabile di procedere con il bilancino, nel momento in cui si parte, da domani, per organizzare il consenso nella società, per affrontrare il tema delle elezioni amministrative. Quelle amministrative che saranno un momento di confronto tra esperienze sempre più civiche, perché sarebbe sbagliato applicare la logica della competizione nazionale in sede locale, spero che nessuno faccia delle elezioni a Napoli e Milano una sfida tra chi è contro o pro Berlusconi. Noi a quel gioco non ci stiamo. Cercheremo di individuare candidati a sindaco solo per la loro capacità di amministrare le città, altrimenti si rischierebbe di tornare molto indietro. Dobbiamo dar vita a un movimento che si organizza con una governance definita, con un ufficio presidenza, un vicepresidente che avrà il compito di coordinare il lavoro parlamentari e dei coordinatori regionali - che vanno eletti entro il 31 dicembre, così come i segretari provinciali e regionali - occorreranno i capigruppo, un portavoce. Occorre poi una segreteria che non avrà uno solo degli amici eletti in parlamento o tra i consiglieri regionali, perché Fli non è una zattera di salvataggio. Solo donne e uomini che vogliono lavorare senza immaginare l'ipotesi di potersi candidare. Sarà un modo certamente diverso di organizzare il partito. Proprio perché non siamo An in piccolo, proprio perché teniamo in vita il sogno di fare quel che doveva essere il Pdl, ci saranno anche quelli che la tessera di An non l'hanno mai avuta perché si va oltre.

Ma soprattutto dovremo rialzare le bandiere e i valori del Pdl, indichiamo una strategia per l'immediato futuro, nel documento programmatico è chiaro che Fli ha l'ambizione di pensare a quel che sarà l'Italia nel 2020. E da domani, anziché continuare con le polemiche del passato, dobbiamo ripartire da tre grandi patti. Prima di tutto sull'economia, sullo stato economico del Paese avete già sentito Baldassarri e Della Vedova. Ogni italiano sa che il nostro è un Paese seduto. E una forza di centrodestra non si deve autoilludere con il ritornello alibistico della crisi. Se vogliamo esser quel che il Pdl non è stato, proprio perché c'è la crisi bisogna invertire la tendenza adesso. Ora bisogna cambiare la rotta, bisogna avere il coraggio di fare una scelta, come sulle liberalizzazioni. Nei prossimi giorni Fli dovrà offrire un modello. C'è la polemica stantia tra stare con la destra o stare con la sinistra, il vero drammatico momento del confronto riguarda invece un altra sfida. Tra un'Italia tesa a confermare l'esistente, il più delle volte rappresentato dal centrosinitra, o affrontare le grande riforme. Ad esempio bisogna incentivare la produttività, per avere una freccia in più nel proprio arco. Prendiamo la Fiat. Può diventare, con tutti i distinguo del caso, un modello di riferimento. Sappiamo che nel nostro mercato del lavoro c'è flessibilità ma c'è anche un altissimo tasso di precarietà, soprattutto tra i più giovani. Ma su quella base è possibile arrivare a ipotizzare qualcosa che deve suonare come musica per le orecchie per chi è di destra, ovvero associare i lavoratori alla gestione dell'azienda. Un grande cambiamento, che ha un retroterra di carattere culturale. Noi dobbiamo incontrare queste categorie, parlare di relazioni industriali. Ma anche affrontare il tema della riforma fiscale, che doveva essere la bandiera, la chiave che apriva le porte del consenso al Pdl. Ma amici miei, non è Futuro e libertà a fare il grillo parlante, non è Fini che ce l'ha con Berlusconi, ma il dato di fatto è che su questo tema c'è stato un fallimento del Pdl, dal momento che non solo la pressione fiscale non è diminuita, ma tende ad aumentare. Se vogliamo evitare che su questo tema si faccia propaganda da campagna elettorale, bisogna avere il coraggio di fare delle scelte: se le risorse sono limitate, e ringrazio Mario Baldassarri per aver chiarito che non siamo il partito della spesa pubblica ma altro, se le risorse sono quelle che sono, una forza riformatrice che vuole cambiare si assume la responsabilità di dire da dove si parte con la riforma fiscale, quali sono le priorità: basta con gli spot in cui si dice “ridurremo le tasse alle famiglie e alle imprese per poi vedere che non solo non si riducono, ma che se fosse passato il federalismo fiscale sarebbero aumentate. Poi vallo a spiegare ai cittadini che era per piazzare una bandierina della Lega… Serve una politica legata al patto per la crescita, al lavoro, a quel miraggio per i giovani che non ce l'hanno, non studiano, privi di voce e di possibilità di dignità. Milioni di nostri figli messi ai margini dalla politica, che non si pone il problema dell'altro grande patto, quello tra generazioni, della necessità di dare a loro la speranza di poter costruire un futuro migliore. L'elemento più bello di Fli è proprio la presenza entusiastica dei ragazzi che non avevano mai fatto politica: al di là dei nostri meriti, ammesso che ci siano, hanno capito che per noi non conta solo il contigente ma un progetto che riguardi il domani. Lo abbiamo detto, qui si è parlato di welfare delle opportunità come possibilità di offrire forme di accompagnamento temporaneo dello Stato: non assistenzialismo e sussidi, ma politiche attive per rimuovere le disparità e garantire opportunità alla pari tra nord e sud, tra chi nasce in certi ambienti e chi in altri. Credo che una forza politica come la nostra debba affrontare il tema di cosa si intenda per selezione di merito, un tema ben discusso in Europa ma per nulla da noi, nemmeno dalla socialdemocrazia italiana, Mi riferisco non solo alle pari opportunità e al merito, ma anche all'esempio che si dà agli altri. Non aggiungo nulla perché mi avete capito…

Bisogna discutere anche se ci meriti di più un ragazzo figlio di pescatore del sud che sale due gradini o uno di quelli che viene da un ambiente più agiato e ne sale quattro. Se non ci interroghiamo su queste cose non riusciremo mai a spiegare come noi immaginiamo il futuro, serve un lavoro di elaborazione, bisogna superare le pigrizie mentali.

Lo voglio dire a qualche amico, senza nessuna ironia, che ha polemizzato sulla natura di ciò che stiamo creando – se questo sia un partito e un partitino – come il professor Campi, che noi non rinunciamo affatto alla nostra specificità. Anzi ciò che abbiamo fatto lo continueremo a potare avanti con tutti i mezzi a nostra disposizione: vuoi che sia una rivista o una fondazione. Soprattutto rispetto a quello che è stato il nostro percorso, noi non rinunciamo affatto alla presunzione di mettere un po’ di sale nella minestra e a dire come vogliamo costruire la società. “Se organizzate un movimento politico non riuscirete più a respirare” ci dicono: ebbene noi vogliamo intercettare i tanti elettori del Pdl che continuano a sentire come questo non si occupi degli italiani ma dei problemi di Berlusconi.

E lo vogliamo fare cercando di aprire degli scenari. Che non saranno di certo quelli di alzare l’asticella. Ma di continuare a far sorgere dubbi e a portare delle proposte. Continueremo soprattutto ad ascoltare la proposte dei circoli, le idee che vengono dall’università e si continuerà a chiedere ai nostri ragazzi di tirarci per la giacchetta. È una differenza che sentiamo di poter giocare. Anche con proposte innovative. E voglio concludere con due proposte che si situano su piani diversi. Berlusconi ha la sua maggioranza, se in Parlamento riuscirà ad avere un parlamentare in più “disponibile” più che responsabile noi faremo un’opposizione che contrasterà tutto ciò che non ci convince: ad esempio non siamo contro il processo breve ma contro la norma transitoria, che di fatto sancisce un’amnistia mascherata. E contemporaneamente si dice  - “ma Fini è diventato un leader politico, certo si dimette da presidente del partito: ciò non basta, deve lasciare la presidenza della Camera”. Io non ho nessuna difficoltà ad affrontare la questione: il giorno in cui mi verrà contestato un comportamento lesivo della mia funzione, me ne andrò. Ma voglio dire qualcosa di più, di più politico. Non soltanto perché non mi intimidisce, ma soprattutto in quanto occorre fare chiarezza: Berlusconi è diventato il presidente del Consiglio anche con il supporto di qualche milione di elettori che lo hanno votato a seguito dell’accordo politico, perché in quel momento quella del Pdl era una lista mentre il soggetto politico è nato dopo. Nel 2008 c’era una lista in cui si trovavano insieme candidati espressione di Forza Italia  e Alleanza nazionale: è andato lì anche per il consenso che esprimeva Alleanza Nazionale. Io stesso sono diventato presidente della Camera con lo stesso processo. Ecco allora lo voglio dire: basta con il giochetto del “dimettiti tu, no dimetti invece tu”. La sfida politica, nel momento in cui è evidente come si sia interrotto un rapporto, be’ credo che faremmo entrambi una scelta giusta una volta per tutte se ci si dimettesse per consentire agli italiani di tornarsi esprimersi attraverso le urne. È questa la solidarietà popolare, nel momento in cui il presidente del Consiglio siede a palazzo Chigi grazie a tanti uomini di An.

Ma non illudiamoci - vi ringrazio per l’applauso, immagino i tre flash di agenzia - ma non illudiamoci perché ciò non gli passa per il cervello. Perché la differenza c’è, e non c’entra nulla la sovranità popolare. La differenza è che se non sta a Palazzo Chigi ha qualche “problema” che non abbiamo noi. Non si dimetterà, farà finta di nulla, tenterà di andare avanti, troverà altri “disponibili” che si credono responsabili. Ma nessuna spallata parlamentare, governi l’esecutivo se è capace. Ma allora un’altra proposta. Che facciamo a Berlusconi, alle opposizioni, al Pd e all’Udc: il federalismo deve essere un modo per cambiare l’Italia, non per consentire a Calederoli di mettere fuori le bandiere: Ma questo deve rappresentare u’occasione per il Sud di responsabilizzarsi e al Nord di sfruttare al meglio le tasse che vengono pagate in quel luogo. Non siamo contrari al federalismo, Mario ha spiegato il senso del voto in Commissione. Perché questo deve essere solidale, completivo, bisogna ridiscutere il testo e lo si può fare nelle prossime settimane. Lo dico a Bossi, pronti a discuterne: si discuta seriamente del federalismo per qualche mese più in mondo tale da raggiungere un vero risultato.

Ma a ciò si aggiunga un’altra cosa. L’ultimo anello. Berlusconi dice di avere i numeri. Ecco la sfida: impegniamo i prossimi mesi per quella riforma del sistema parlamentare.  Perché necessariamente quando si parla di un sistema federale deve nascere una Camera delle autonomie. Non si sembra che su questo ci sia contrarietà. Si discuta oltre i decreti attuativi, si arriva così alla primavera dell’anno prossimo. Adesso Berlusconi dice che le elezioni sono una sciagura. Ma dopo aver cambiato il Parlamento, e dopo aver posto il nuovo assetto, si deve cambiare la legge elettorale. Così Futuro e libertà si rivolge al governo e quindi  a Bossi che è il deus ex machina del governo: federalismo, Camera delle regioni e nuova legge elettorale. Facciamo le due grandi riforme e poi è ipotizzabile andare a votate nella primavera dell'anno prossimo in modo da prefigurare una via d'uscita concordata. Andiamo a votare consegnare agli italiani una nuova Italia.

Così nelle prossime settimane torneremo a una condizione fisiologicamente normale, con una maggioranza  che se è capace deve governare un confronto su quelle riforme. Adesso corro con la fantasia: si potrebbe ipotizzare anche una via di uscita concordata. Nel frattempo per un anno facciamo due grandi riforme e poi andiamo a votare. Insomma chiudiamo una fase di transizione durata troppo a lungo, chiudiamo la stagione di un bipolarismo muscolare. Vediamo se si degneranno di rispondere sui punti. Certo è che questo dimostra come Fli non è nata per rancore. Questo è  un soggetto politico ambizioso. Non si rassegna a un’Italia depressa, per questo cerca con tutti l’impegno per consentire all’Italia di voltare pagina. È ora di chiudere questa transizione.

Ecco cosa vuole essere Fli, che ritiene un dovere dal punto di vista morale più che politico, chiedere l’aiuto della parta migliore della società, e giocare la partita nel parlamento e nella società. Questo significa la capacitò e la volontà di lavorare, di non smettere di sforzarsi mai di lanciare qualche seme . Se vogliamo  che nasca una nuova primavera, dobbiamo tornare ad andare porta a porta a raccontare il verbo di una rinascita possibile che doveva innestarsi con la storia politica di quel Popolo della libertà che non facemmo perché stanchi di An. La delusione più profonda non è per il berlusconismo e che se non ci rimettiamo al lavoro saranno sempre di meno quelli che credono che sia possibile cambiare. Sarà il trionfo della rassegnazione. Questa è la sfida di Fli, che deve iniziare fin dalle prossime elezioni amministrative e che deve essere animata da un’intima pulizia di carattere morale. Sono questi i messaggi con i quali prende via il percorso di Fli, forti del coraggio di tanti, forti dell’appoggio di tanta gente che è venuta fino a qui. Questo impegno è il modo migliore per festeggiare l’Unità d’Italia. Se amiamo l’Italia, questa sarà migliore. Viva Futuro e libertà, viva l’Italia!

Intervista all'On. Conte: per tradire Fini mi hanno offerto un ministero.

on Sabato, 22 Ottobre 2011. Posted in giorgioconte_blog

Il Fatto Quotidiano 21.10.2011

Terza denuncia da deputati legati a Fini Conte: “Sono stato assediato per cinque mesi”

"Ci hanno provato in tutti i modi, offrendomi un posto nel governo a scelta. Non mi hanno mollato come fa il cane con l’osso. È stato dilaniante sul piano umano e politico”. A dare sfogo all’ennesima esperienza di “acquistabile” nella politica ridotta a mercato rionale è Giorgio Conte, vicecapogruppo di Futuro e Libertà alla Camera, segretario regionale del Veneto, uno dei sottoscrittori della commissione d’inchiesta sulla compravendita dei parlamentari. Titolare di uno studio di ingegneria civile a Vicenza, è considerato una preda speciale da non lasciarsi scappare tanto da mobilitare gli avvoltoi più esperti. “Il mio telefono squillava in continuazione. Scegli: sottosegretario, ministro, oppure preferisci che ti facciamo avere consulenze o affidamenti di progetti per la tua attività?”.

Chi glielo diceva il solito Verdini? “Anche altri. Non sono codardo ho già subito una vendetta forse sarò un sognatore, ma non me la sento di fare i nomi di chi è stato con me in An per 30 anni”.   

QUINDI ANCHE lei come Muro ha assaggiato l’eleganza degli sms di Gasparri? “No, no per me si è scomodato un ministro” Ignazio La Russa? Conte non nega.

E chi altro le ha proposto la nobile arte di saltafosso? “Anche una donna che si professa eroina della destra. La conosco appena eppure mi ha chiamato come se fossimo amici di vecchia data”.

Daniela Santanchè? “Mi ha promesso che quando avrei voluto mi avrebbe portato a Palazzo Grazioli per un incontro riservato con il presidente che mi stima molto. Ma se non ci ho mai scambiato una parola!” esclama. “Poi ho capito come funziona. Verdini si fa stampare le schede di Wikipedia di tutti i parlamentari utili per tenere in piedi questo governo agonizzante e le consegna a Berlusconi che se le studia in modo tale che quando i polli si presentano da lui restano colpiti dal fatto che conosce la loro storia a riprova del suo interessamento umano”

E lei cosa ha risposto?   “La mia è una storia limpida, non intendo sporcarla”. E lei ripeteva: “Pensaci, sappi che stanno tornando da noi molti parlamentari di Fli e i primi che si accomoderanno saranno privilegiati, sai nel governo i posti disponibili non sono tanti e chi arriva prima sceglie. Siccome a te teniamo in modo particolare, La Russa e Verdini ti stimano molto, affrettati, sarebbe un peccato se dovessi accontentarti”. (Ride). Poi? “Mi ha detto: ‘Se decidi comunicalo a me prima che agli altri, mi raccomando!’. La stessa raccomandazione che mi hanno fatto gli altri . Ci rendiamo conto? Mi consideravano uno scalpo da offrire per accrescere la riconoscenza del capo, che umiliazione! E infine, incurante del mio netto diniego ha concluso: ‘Ti richiamo la prossima settimana’. E questo è accaduto anche dopo il 14 dicembre, in prossimità di una fiducia tornavano all’attacco. Lo stillicidio è durato fino ad aprile. E anche dopo per la verità tramite faccendieri, non saprei come definirli altrimenti, che si spacciano come industriali”.

Dei piccoli Lavitola per intenderci? “Il paragone calza”.

Ma non sono latitanti visto che circolano per Roma.   “PERSONE amiche di Verdini e anche di Berlusconi che hanno ricevuto incarichi di vario genere, o aiuti per le loro aziende e si prestano a tutto”.

Teme ritorsioni? “No, ho già pagato per il mio passaggio a Fli sia sul piano personale che professionale. Sono dovuto ricorrere a un decreto ingiuntivo per avere l’onorario dal sindaco della Pdl di Messina”.   

Ci racconti. “Con il mio studio non ho mai partecipato a gare della Pubblica amministrazione. Ho accettato una sola volta, nel 2009, il conferimento di un incarico dal Comune di Messina per una consulenza tecnica di parte per redimere una controversia di centinaia di milioni di euro perché cercavano un professionista che non fosse del luogo. Bene, ho portato a termine il mio lavoro e, inspiegabilmente, o meglio spiegabilmente, dopo il 29 luglio , giorno della mia adesione a Fli, mi hanno revocato l’incarico senza pagarmi l’onorario per una parcella regolarmente liquidata dall’Ordine degli ingegneri e da allora si sono sempre fatti negare al telefono. E non è finita. Quando hanno visto che non ero in vendita, tre ministri, ex An,hanno giocato la carta del ricatto morale”

I ministri ex An sono tre: La Russa, Meloni e Matteoli.   “Io sono entrato in Parlamento nel 2010 dopo le dimissioni di Elisabetta Gardini che ha scelto il seggio al Parlamento europeo. Sono venuti da me a dirmi: ‘Caro Giorgio se la Gardini è rimasta in Europa è merito nostro – mentre avevano fatto di tutto affinché restasse alla Camera per non far subentrare me di Fli – che abbiamo sbloccato la situazione garantendo per te a Berlusconi che non avresti lasciato il Pdl’, dando per scontato che avrei tradito Fini. Non sono nato ieri, ho 50 anni, ma di fronte a tanta spregiudicatezza ho provato disgusto. Sa cosa le dico? Dopo tanti anni di politica ho capito che la differenza tra destra e sinistra è una distinzione politicamente doverosa, ma ciò che fa la differenza, soprattutto in un Parlamento ridotto a merce di scambio, è essere una persona perbene”.

Intervista di Sandra Amurri, da “Il Fatto Quotidiano”, venerdì 21 ottobre 2011.